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PRIMA LETTERA AI CORINZI
(7)

 

Col cap. 7 Paolo inizia a rispondere a vari quesiti postigli per iscritto dai fedeli di Corinto (“Riguardo alle cose di cui mi avete scritto”), dopo che nei cc. 1-6, era intervenuto su problemi di cui era stato informato a viva voce. In questo lungo capitolo egli dà delle direttive che orientano il cristiano nella scelta di vita già fatta o da fare. Si rivolge quindi ai fedeli sposati e non sposati. Non scrive però un trattato sul matrimonio o sulla verginità, ma risponde a delle particolari domande. Il capitolo risulta quindi alquanto frammentario; per comodità di lettura lo dividiamo in quattro brevi brani con dei titoletti presi dalle parole di Paolo.
Nel primo brano (7,1-16) egli dà alcune norme per le persone sposate; nel secondo (7,17- 24), che sembra una digressione, invita i fedeli a rimanere nella situazione in cui si trovavano quando si sono convertiti a Cristo; nel terzo brano (7,25-35) si rivolge particolarmente alle vergini e ai celibi; infine (7,36-40) dà consigli per una situazione che a noi ora risulta alquanto oscura e il capitolo si chiude con il richiamo all’indissolubilità del matrimonio.

1) Ognuno ha da Dio il suo dono (7,1-16)

In questo primo brano Paolo entra subito in argomento con un’affermazione che sembra riportata dallo scritto che gli hanno inviato i Corinzi: “e’ cosa buona per l’uomo non avere contatti con donna” (7,1). Probabilmente tra i cristiani di Corinto esisteva anche una corrente opposta a quella molto libera in fatto di moralità che Paolo ha richiamato fortemente nei cc. 5-6 che abbiamo letto nella scorsa puntata. Si tratta ora di tendenze “ascetiche” rigoriste di persone che vedevano nel corpo e nelle sue pulsioni naturali il peggior male, ciò che più allontanava da Dio. Sono stati chiamati “encratiti”, cioè “quelli che erano in grado di contenersi”, di dominare” gli impulsi sessuali. Più avanti, formeranno una setta arrivando a negare la bontà del matrimonio in sé, ritenendolo un male perchè

comportava i rapporti matrimoniali. Paolo qui non si dilunga a spiegare la natura del matrimonio: esso fa parte del progetto di Dio creatore della natura umana ed è la situazione in cui vivono gran parte delle persone che possono e devono amarsi pienamente, secondo la loro condizione. Paolo si mostra uomo di buon senso e realista. e’ interessante notare qui come egli parli con naturalezza di questa realtà umana e veda il matrimonio nella dimensione dell’amore e della donazione reciproca, indispensabile agli sposi, anche quando non si verifica la procreazione qui non menzionata, ma non certo esclusa. Per Paolo il matrimonio è monogamico (“Ciascuno abbia la propria moglie e ciascuna il proprio marito”) e indissolubile (vedi i vv. 10-11), come lo intende Gesù (Mt 5,31). Proseguendo il suo discorso, nei vv. 5-6 Paolo riconosce che, al di là delle tendenze radicali dei cosiddetti encratiti, ci possono essere tempi in cui i fedeli sposati, più maturi spiritualmente, sentano il bisogno di un periodo di maggiore attenzione allo spirito, di una preghiera più intensa e quindi decidano di vivere come fratello e sorella. Paolo accoglie senza esitazione esigenze simili, raccomandando tuttavia di delimitare insieme questi “tempi”, perché… anche qui potrebbe insinuarsi il tentatore se gli sposi non sono perfettamente d’accordo. Paolo indubbiamente mostra preferenza per il “suo” stato di celibe (“Vorrei che tutti gli uomini fossero come me!” vv. 7-8), e la manifesterà ancora questa sua preferenza per una vita libera di dedicarsi, a tempo pieno, con tutte le forze a Dio. Conquistato da Gesù che lo ha fatto suo totalmente, lanciandolo poi nel mondo come apostolo del suo vangelo, Paolo non vede scelta di vita migliore della sua! Però alla frase precedente, aggiunge subito: “Ma ognuno ha da Dio il suo dono, chi in un modo e chi in un altro”. e questa è una grande parola che lo Spirito ha suggerito a Paolo: ognuno ha il suo dono, chi quello di una vita di celibato o di verginità e chi quello di una vita nel matrimonio. e’ importante l’affermazione che ambedue gli stati di vita sono “doni” di Dio, cioè sono vocazioni, chiamate, e ogni persona realizza pienamente la propria vita nello stato in cui Dio la chiama, sapendo che in ogni scelta c’è sempre il Signore Gesù che invita a seguirlo e quindi c’è la grazia di viverlo con serenità. Ognuno scelga secondo l’attrattiva dello Spirito. Parlando di “doni” per ambedue gli stati di vita, Paolo supera la mentalità dell’Antico testamento e della tradizione giudaica che di fatto imponeva il matrimonio come esecuzione del comando di Genesi 2,18: “Non è bene che l’uomo sia solo” e “Crescete e moltiplicatevi” (Gen 1,26-28). Ora, dopo la venuta di Cristo e l’annuncio del suo vangelo, vi è un altro stato di vita, un’altra possibilità di scelta, un’altra condizione di esistenza inaugurata da Cristo stesso: la vita celibataria o verginale, scelta come risposta all’amore di Dio rivelato nella persona, nel messaggio e nell’opera di Gesù Cristo. I vv. 12-16 riguardano una situazione che poteva essere abbastanza frequente nei primi tempi del cristianesimo, quella di due coniugi uno dei quali era o diventava cristiano. Si tratta dei cosiddetti matrimoni misti. Se Gesù ha parlato chiaramente del matrimonio indissolubile (Mt 5,31-32), non ha contemplato certi casi di fronte ai quali si troveranno Paolo e gli altri apostoli nel loro ministero concreto. Ora Paolo, come apostolo, dà delle direttive: se il coniuge non cristiano accetta di vivere in pace col coniuge cristiano i due stiano tranquillamente insieme. Anzi, dice Paolo, il coniuge non cristiano riceverà un influsso benefico dalla parte cristiana, come pure i figli. In questo, Paolo mostra di essersi convertito anche dalla mentalità ebraica da cui proveniva: essa infatti riteneva impossibili i matrimoni misti perché il contatto con un pagano avrebbe contaminato, resa impura la parte ebraica; qui invece la parte cristiana irradia un influsso benefico sulla parte non cristiana e sui figli che in qualche modo partecipano della santità, della grazia della parte cristiana. Paolo non si spiega più chiaramente, ma la disponibilità a convivere e ad accettare con amore la vita cristiana del coniuge disponeva a un avvicinamento sempre maggiore a Cristo e al suo vangelo di tutta la famiglia. Se il coniuge non cristiano non accetta che l’altro viva cristianamente, dice Paolo, il coniuge cristiano può separarsi e rimane libero di risposarsi. e’ il cosiddetto “privilegio paolino” che autorizza lo scioglimento del matrimonio. C’è di mezzo infatti il bene superiore della fede che regge tutta la vita e porta alla salvezza eterna: di fronte ad essa tutto passa in secondo ordine. Il Signore chiama a vivere nella pace, conclude Paolo, che è quella di poter vivere la propria scelta di vita cristiana senza metterla in pericolo per niente e per nessuno.

2) Siete stati riscattati a caro prezzo (7,17-24)

E' la seconda volta che queste parole tornano sulla penna di Paolo a poca distanza (cfr. 6,20). evidentemente esse contengono una realtà che faceva vibrare il cuore di Paolo. egli non poteva dimenticare ciò che aveva scritto ai Galati: “Cristo mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). e questa frase ricorre altre due volte nella lettera agli efesini: “Ci ha amati e ha dato se stesso per noi” (Ef 5,2); “Ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei” (Ef 5,25). ecco il “prezzo” pagato per noi: è Cristo stesso che ci ha amato fino a consegnarsi alla morte per noi. In questa lettera ai Corinzi Paolo ricorda il “riscatto” che ci ha liberato per affermare che da niente e da nessuno il cristiano deve lasciarsi schiavizzare o bloccare, perché è possibile vivere la propria adesione a Cristo nella fede e nell’amore, qualunque sia la situazione umana, la cultura, la categoria sociale in cui Dio ha chiamato alla conversione. In questi versetti Paolo ricorda il caso di chi apparteneva alla religione e cultura ebraica, e il caso di chi era schiavo. egli dice che chi è circonciso, e quindi è ebreo, non ha alcuna necessità di mascherare questo segno nel corpo per non lasciar apparire la sua appartenenza al popolo ebraico. Già al Concilio di Gerusalemme si era deciso che la salvezza dipendeva unicamente dalla fede in Cristo salvatore di tutti gli uomini e non dall’osservanza della legge mosaica, a partire dalla circoncisione (Atti 15,5-12). Qui Paolo ripete in sostanza quella decisione, ricordando che non è avere o non avere questo segno sul corpo che salva, ma l’osservanza dei comandamenti di Dio, della sua volontà. l’ebreo che porta questo segno non cerchi di cancellarlo, e chi è nato e cresciuto in ambiente pagano non si faccia circoncidere. In modo simile ragiona Paolo facendo il caso di chi si trova nella condizione di schiavo.
Paolo annuncia che Cristo ha liberato l’uomo dalla schiavitù vera che lo opprime e deturpa la sua natura: è la schiavitù del male, dei vizi, delle colpe. Perciò ogni uomo pur nella condizione sociale di schiavo è un uomo reso libero da Cristo (Paolo con il termine latino in uso, dice che è un “liberto” di Cristo). e l’uomo libero che accoglie Cristo diventa proprietà di Cristo, cioè diventa come suo “schiavo”, pronto ad obbedire ai suoi comandi. Naturalmente è l’obbedienza dettata dall’amore a chi ci ha amato tanto da dare la vita per noi. Paolo gioca sulle parole schiavo-libero per ricordarci che i cristiani sono tutti schiavi di Cristo e tutti liberati da lui. Perciò a chi si è convertito a Cristo nella condizione di schiavo Paolo dice di non preoccuparsi per questa condizione e anche se ha possibilità di diventare libero approfitti della sua condizione per testimoniare il suo essere cristiano proprio come schiavo. Così può mostrare che nessuna condizione impedisce la salvezza e che dinanzi a Dio la divisione degli uomini in classi sociali non conta; essi infatti hanno tutti lo stesso valore e la stessa dignità per lui. Paolo non discute sulla schiavitù, ma la fede cristiana, insegnando l’uguaglianza degli uomini e la loro dignità porterà ad abolire la schiavitù come istituzione civile. Paolo conclude questo brano come lo aveva iniziato, invitando ciascuno a vivere la propria fede nella condizione in cui si trovava quando è stato chiamato. Così dispone per tutte le chiese.

3) Il tempo è abbreviato… Passa la figura di questo mondo (7,25-35)

In questo terzo brano Paolo ritorna a trattare del problema iniziale, rivolgendosi però più direttamente alle persone non sposate, come nella prima parte si era rivolto soprattutto alle persone sposate. Ritorna anche qui la sua preferenza per lo stato celibatario e verginale e si fa maggiormente sentire la prospettiva escatologica che è sempre presente nella visuale cristiana della chiesa primitiva. le espressioni che abbiamo scelto nel titoletto richiamano questa prospettiva. Fin dalle sue origini la chiesa apostolica annunciava che con la risurrezione di Gesù la storia della salvezza si era sostanzialmente conclusa nel senso che non vi erano più eventi salvifici da attendere: la nostra umanità in Gesù Cristo è ormai pervenuta allo stato di vita perfetta, cioè alla partecipazione della vita divina secondo il progetto di Dio, come ci ricorda Giovanni nella sua prima lettera: “Saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2). Il tempo successivo alla risurrezione di Gesù si è abbreviato perché in Cristo si è tutto compiuto e il mondo dell’uomo, così com’è (la figura di questo mondo) passa, non è un indefinito succedersi di tempo senza scopo e senza fine. In questa prospettiva Paolo, sempre rispettando la libertà dei suoi destinatari, esorta celibi e vergini a rimanere tali, scegliendo Cristo come l’unica persona cui consacrarsi totalmente, senza altre preoccupazioni e divisioni di pensieri e di affetti. egli non ha comandamenti dal Signore su questo punto, ma sa che la sua parola è quella di un uomo che per grazia del Signore è degno di fiducia, quella che gli ha dimostrato Cristo affidandogli la missione di apostolo illuminato dallo Spirito. esortando a conservarsi liberi da legami sponsali, forse Paolo mira, anche se non lo dice, ad attrarre altri a una dedizione totale a Cristo per farne altrettanti apostoli e annunciatori del vangelo, come era lui. egli invece porta una ragione che sembra molto concreta: a motivo della necessità presente (7,26).
Non si tratta di catastrofi apocalittiche legate alla fine dei tempi, neppure del pesi della vita di famiglia in genere, aggravati spesso dall’ostilità del mondo pagano circostante. Questa “necessità” equivale piuttosto alla condizione propria, insita nello stato matrimoniale che limita la piena espansione dell’amore di Dio nel cristiano. Alle difficoltà e sofferenze concrete, a volte molto dolorose, legate alla vita matrimoniale, Paolo accennerà poco più avanti, con l’espressione: tribolazioni della carne (v. 28). Certamente Paolo ha sempre presente che il cristiano vive comunque nell’èra escatologica, sia o no imminente la fine dei tempi (il tempo abbreviato!), e perciò deve maturare un atteggiamento veramente “cristiano” verso il mondo materiale in cui vive e verso tutte le realtà in esso contenute. egli descrive questo atteggiamento nei vv. 29-31 in maniera vivissima, per farne risaltare il carattere relativo e secondario rispetto all’incontro definitivo con Cristo, cioè alla salvezza. e tutte le situazioni legate alla vita presente possono metterla in pericolo se diventano interessi prevalenti che portano a tradire l’appartenenza a Cristo. Nella valutazione di Paolo non c’è disprezzo per le realtà di cui è costituita la vita esteriore del cristiano, come quella di ogni altra persona, ma tutto viene subordinato al fine ultimo da raggiungere. Il cristiano, come tutti, sceglie di sposarsi o di rimanere celibe o vergine, compra e vende, incontra gioie e dolori, ma sa che la vita non è tutta racchiusa in questa esistenza; egli vive e lavora, porta e sopporta le vicende di tutti, ma non si sente dentro un cerchio che si chiude con la morte; si sente invece in cammino su una strada, già percorsa da Cristo, che passa sì attraverso la strettoia della morte, ma sfocia nella risurrezione, nella vera vita.

4) Credo di avere anch’io lo Spirito di Dio (7,36-40)

Questi ultimi versetti rimangono oscuri per noi, perché non si comprende bene di chi Paolo stia parlando. Allude infatti a usanze per noi estranee, senza descriverle per esteso. Non è il caso che qui ci perdiamo nelle varie ipotesi che sono state fatte dagli studiosi. la più concreta sembra riferirsi al caso di fidanzati che rimangono perplessi di fronte al loro matrimonio. Ciò che importa anche qui è constatare come per Paolo la scelta dello stato di vita è e deve rimanere libera, perché ambedue le situazioni provengono dal Signore, e pertanto sono radicalmente buone ambedue. la chiesa ha bisogno di persone che scelgono il matrimonio come di persone che scelgono lo stato verginale o celibatario perché chiamate a rispondere in modo totale, senza divisioni all’amore di Gesù Cristo. In questo modo testimoniano la tensione di tutta la chiesa a riunirsi con Cristo nella vita beata e definitiva della Gerusalemme celeste, la nostra vera patria, come ricorda la lettera ai Galati (4,26), mentre i fedeli sposati, col loro amore reciproco, sono il segno dell’amore con cui Gesù ama, sostiene e accompagna la chiesa sua sposa lungo i secoli fino al suo ritorno alla fine dei tempi. l’ultima parola di Paolo richiama l’indissolubilità del matrimonio che si scioglie solo con la morte del coniuge e l’invito per le vedove a continuare la loro vita senza cercare altre unioni se non quella col Signore. Così gli suggerisce lo Spirito.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE

1) Rifletto sulla mia scelta di vita verginale nella Famiglia paolina? Mi fa sentire più vicina a Paolo, partecipe della sua passione apostolica, insieme a tanti altri fratelli e sorelle nella chiesa e nel mondo? Oppure mi porta a chiudermi in me stessa?

2) Paolo sembra indicare solo difficoltà derivanti dallo stato matrimoniale; quali sono quelle che incontro io nel mio stato? So farne un’offerta quotidiana a Gesù?

3) Rifletto sulla “dimensione di chiesa” che rappresento con la mia scelta di vita, cioè la chiesa che attende e desidera l’unione con Cristo sposo? Secondo Paolo dovrebbe diventare il clima abituale della mia preghiera e della mia vita interiore.

D. Antonio Girlanda ssp

 

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